Di corpi politici e censure nello spazio pubblico delle nostre città

Come molt* di voi già sanno, alcuni #poster di CHEAP del progetto realizzato Rebecca Momoli per ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione Emilia Romagna Teatro sono stati #crossati in strada.
Nonostante CHEAP sia in strada da anni e sia da anni abituata a convivere con questa dimensione che ben rappresenta il carattere effimero del proprio lavoro, il crossing dei poster in questione ha delle peculiarità su cui vale la pena soffermarsi: sono stati cancellati con una bomboletta spray i #volti, i #capezzoli e i #claim femministi presenti sui poster.
Il dato più evidente è che i corpi non eroticizzati delle donne sono un problema nella loro dimensione di corpi politici: è già successo con i lavori di altr* artist* che hanno lavorato con CHEAP – Vinz Feel Free, Miss Me, School of Feminism – che hanno utilizzato l’elemento del #nudo per parlare di #liberazione dei corpi, #autodeterminazione, #desiderio #queer, lotte #femministe.
Immancabilmente, arriva un censore (usiamo il maschile perché lo immaginiamo uomo, in alcuni casi perché lo sappiamo uomo) che pensa di operare una censura dei corpi e dei simboli della nostra liberazione: qualcosa ci fa pensare che questo gesto possa ragionevolmente avere a che fare con substrati di cultura cattolico oscurantista contestualizzati nel ridente panorama del patriarcato – non esattamente una giuoia.
Ci sono alcune considerazioni che possiamo fare insieme.
Ad esempio che portare i corpi politici in strada, nello spazio pubblico, cioè in quello spazio dove proiettiamo e performiamo delle cittadinanze, non è mai un’operazione banale.
Possiamo soffermarci sul livello di fobia che si respira là fuori: tale da incutere paura con 4 poster.
Ci sentiamo anche di argomentare che l’unica #cancelculture di cui vale la pena parlare è quella che cancella letteralmente i corpi delle donne, delle persone queer, delle persone razzializzate, delle persone non abili, delle persone non conformi, delle persone sfruttate.
E rassicurare tutt* sul fatto che queste cose succedono da anni ma che non ci hanno mai dissuase nel tornare puntualmente in strada su questi temi, con questi simboli, coi nostri corpi.
Così come succedono da anni negli spazi dei social network dove abbiamo scelto di portare la documentazione del lavoro di CHEAP, dove siamo esposte con una regolarità inquietante ad insulti e minacce, dove comunque andremo avanti a produrre contenuti in grado di turbare il canone.
Un’ultima cosa: sappiamo che alcun* hanno fatto un parallelismo tra la censura dei nostri poster e quella delle immagini dei corpi delle donne operata a Kabul dai Talebani. Vi preghiamo di non spingere su questi paragoni: in questo momento, le donne in Afganistan rischiano la vita; a Bologna, domani possiamo tornare in strada con dei nuovi poster per affermare attraverso lo strumento dei linguaggi visivi contemporanei che sui nostri corpi decidiamo noi.
Non diamo questa libertà per scontata, non dimentichiamo che qualcun* ha lottato perché l’avessimo, non mistifichiamola con narrazioni fatte apposta per tenerci al riparo da considerazioni difficili sulla natura del privilegio – perché la #sorellanza è davvero un super #potere ma solo se è #collettivo.
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