CALL FOR ARTIST 2024

I nostri sono tempi di guerra.

Coloniale, imperiale, globale.

Fredda, aperta, santa.

Di religione, lampo, totale.

Preventiva, asimmetrica, nucleare.

Diretta conseguenza del capitale.

Mezzo di risoluzione delle controversie internazionali che dovremmo ripudiare, almeno sulla carta.

E come in tutti i tempi di guerra, questa ci viene venduta come inevitabile, conseguenza logica, priva di alternativa.

A ripeterci che la guerra è inevitabile (come il capitalismo?) sono anche le narrazioni che l’accompagnano, l’insieme di segni e di simboli che la raccontano, il sistema di senso che la puntella ogni giorno – scenari di guerra, semantica armata, gallery di foto in HD che hanno smesso persino di essere disturbanti.

Vi invitiamo a disertare l’immaginario della guerra, a sabotare la retorica che la sostiene, a contrabbandare ordini simbolici che la delegittimino.

Ci chiediamo se sappiamo che differenza ci sia tra una lotta e una guerra – e perché siamo sempre contro le guerre ma ci riconosceremo sempre nelle lotte.

Vi chiediamo se il contrario della guerra sia la pace e se la vera condizione della pace sia il rispetto del diritto o il raggiungimento della giustizia sociale.

Vi chiediamo di immaginare un’alternativa ai massacri, ai genocidi in diretta streaming, ai conflitti armati che punteggiano la geopolitica contemporanea.

Vi chiediamo quanto costi una guerra – e poi chi la paga e chi naturalmente incassa.

Vi chiediamo cosa potremmo fare dei capitali che ogni anno gli stati destinano all’acquisto di armi, al mantenimento di eserciti, al consolidamento del conflitto armato come possibilità e da lì come realtà.

Vi chiediamo visioni di società senza armi, stati senza eserciti, comunità liberate dal lutto della guerra.

E vi chiediamo di farlo nello spazio di un poster.

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Our times are times of war.

Colonial, imperial, global.

Cold, open, holy.

Religious, lightning, total.

Preventive, asymmetrical, nuclear.

A direct consequence of capitalism.

A means of resolving international disputes that we should reject, at least on paper.

And as in all times of war, it is sold to us as inevitable, a logical consequence, without alternatives.

The narratives that accompany it tell us that war is inevitable (like capitalism?). The collection of signs and symbols that depict it, the system of meaning that supports it every day – war scenarios, armed semantics, galleries of HD photos that have even ceased to be disturbing.

We invite you to desert the imagery of war, to sabotage the rhetoric that sustains it, to smuggle symbolic orders that delegitimize it.

We wonder if we know the difference between a struggle and a war – and why we are always against wars but will always recognize ourselves in struggles.

We ask you if the opposite of war is peace and if the true condition of peace is respect for rights or the achievement of social justice.

We ask you to imagine an alternative to massacres, live-streamed genocides, armed conflicts that dot contemporary geopolitics.

We ask you how much a war costs – and then, who pays for it and who naturally profits from it.

We ask you what we could do with the capital that states allocate each year to the purchase of weapons, the maintenance of armies, the consolidation of armed conflict as a possibility and then as a reality.

We ask you for visions of a society without weapons, states without armies, communities liberated from the mourning of war.

And we ask you to do this in the space of a poster.

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