Carne

Unico tra i Main Artist inviati alla quarta edizione del Festival a prendere spunto dal tema proposto per la Call for Artist (il “limite”), Carne ha lavorato in via San Donato, su una torretta Enel collocata all’altezza del civico 158, realizzando una grande opera a tecnica mista che si sviluppa su circa 8 metri di altezza.

La pratica artistica di Carne è legata indissolubilmente a doppio filo ai luoghi abbandonati, sia dal punto di vista estetico che da quello concettuale. Scelti per le loro qualità architettoniche, per la loro storia o per “semplice” gusto della scoperta, tali spazi in disuso non sono semplicemente la location che ospita l’opera, entrando piuttosto prepotentemente a farne parte.

Il preesistente fornisce infatti a Carne appigli per mettere frequentemente in campo una vera e propria azione installativa, che trasla dalla bidimensionalità alla tridimensionalità quasi ogni sua opera su muro. In questo senso, lungi dall’essere semplice contesto, i segni del tempo che minano le strutture architettoniche, gli oggetti umani abbandonati, la resilienza della natura che si riappropria dei suoi spazi diventano una componente essenziale dell’opera, concepita con la stessa consapevolezza spaziale che si avrebbe nella creazione di un set fotografico.

La centralità degli spazi abbandonati nella poetica di Carne, tuttavia, si esplica anche in un ulteriore modo. Per contrasto, infatti, le location scelte amplificano la potenza di un altro tema centrale: la bellezza intesa in senso classico, che si fa mezzo per veicolare messaggi politici e sociali. Intervenire in edifici disabitati, spesso scelti tra i tanti del suo luogo d’origine – il Friuli Venezia Giulia, tra le regioni più militarizzate nel dopoguerra –, significa infatti per l’autore riappropriarsi di spazi appartenuti alla collettività, constatando al contempo il fallimento delle politiche messe in atto.

Dal punto di vista dei soggetti, Carne costruisce un glossario visuale disseminato di simboli, distillati in maniera personalissima a partire dai suoi studi di alchimia, storia delle religioni, teosofia, esoterismo e alla pratica della meditazione. Questa base concettuale si rivela fondamentale anche nel caso del muro realizzato a Bologna per Cheap Festival, che nasce dalla riflessione sul concetto di “limite” – o, per meglio dire, del suo superamento – visto attraverso la lente della meditazione zen.

Tecnicamente, l’opera integra pittura muraria e carta dipinta a mano affissa con il paste up, muovendosi su un doppio binario che, anche grazie ad un uso differenziato del colore, circoscrive due diversi gruppi di soggetti che entrano in relazione tra loro compenetrandosi.

Caratterizzata da un uso esclusivo delle tonalità che rientrano nella palette del viola, la porzione d’opera dipinta su muro è dominata da un prisma rovesciato (6 x 2,2 m), la cui sommità sembra fuoriuscire dal suolo parcellizzandosi in cristalli. Al suo interno, tre figure femminili dipinte in nero su carta (3,85 x 1,60 m) formano una composizione dinamica, slanciandosi verso l’alto nell’atto di superare il prisma pur contemporaneamente aggrappandosi l’una all’altra nella vertigine di una possibile caduta.

Il riferimento ideale è quello al “tempio di cristallo”, che nella pratica della meditazione zen rappresenta uno snodo centrale: potenzialmente fragile come il materiale da cui prende il nome, è al contempo la tappa che  può precedere l’illuminazione, segnando il superamento di un limite rappresentato visivamente nell’opera dal cerchio nero sorretto dalla terza figura femminile; quest’ultimo è in posizione centrale nella serie di tre che ritmano la composizione in verticale, aumentando progressivamente di diametro, con un riferimento simbolico al concetto del raggiungimento dell’infinito.

CARNE per CHEAP street postr art festival | maggio 2016