Le festival est mort, vive le festival!

CHEAP è nata nel 2012. Durante un terremoto. Ma nemmeno questo ci ha dissuase.

Nei primi mesi in cui il progetto prendeva un nome e con esso una forma, abbiamo dovuto (spesso) rispondere ad una domanda che ci veniva (spesso) fatta da interlocutori e interlocutrici che nulla facevano per nascondere la propria perplessità – in che senso “carta”?

Per 5 anni CHEAP ha lavorato con la carta, ha flirtato con l’effimero, ha aggregato favolose singolarità e realtà associative in una ricerca sul e del territorio, ha sollecitato narrazioni contemporanee sul paesaggio urbano, ha contribuito al discorso sullo spazio pubblico.

Nel mentre, ha commesso una quantità sufficiente di errori per poter affermare con una certa tranquillità di avere effettivamente imparato qualcosa.

CHEAP ha fatto tutto questo con il format del festival: a partire dai quartieri, invitando artist* a realizzare interventi site specific, lanciando una call for artist, dandovi appuntamento nelle strade, negli spazi autogestiti, in una rete di luoghi dati all’indipendenza.

Dopo 5 anni di festival, possiamo dire che il format funziona.

Ed ora che possiamo dirlo, possiamo anche dichiarare che questa esperienza è conclusa.

Facciamo un bell’harakiri, incendiamo la formula, spazziamo la polvere del mandala: le festival est mort, vive le festival.

Da una parte, sembra la scelta più naturale vista l’identità di CHEAP, così fortemente legata all’impermanenza: se nulla (fortunatamente) dura per sempre, figuriamoci se può farlo un festival.

Dall’altra, non possiamo negare che molte variabili del contesto sono mutate: sempre più spesso un pezzo non viene considerato gesto vandalico (!) ma street art se (e solo se) fatto con un permesso in tasca e associato ad una qualche mirabolante forma di riqualificazione; vediamo sempre più fiori disegnati sui muri a scapito di gesti che vanno oltre al muro; ci sono frequentazioni strane che collettivamente non vengono messe a fuoco, salvo poi svegliarci tutt* insieme grazie ad una provvidenziale colata di grigio bolognese; ancora, siamo testimoni di un numero preoccupante di tentativi atti a normalizzare un’esperienza che ha senso se (e solo se) riconosciuta nei termini della propria eccedenza.

E c’è anche una nostra condivisa forma di inquietudine che ci porta a cercare dell’altro, a tentare nuove soluzioni, a voler stare molto alla larga da gesti che (tentano) di ripetersi per sempre.

Detto questo, non rinneghiamo nulla. Anzi, ci rivendichiamo tutto – miserie e splendori, incontri riusciti, scazzi, incomprensioni, errori, innamoramenti istantanei, tutti i gradi di densità della colla a cui possiate pensare, altri errori, partnership, sbronze, promesse non mantenute, muri da dimenticare e muri che ancora ci viene da piangere per l’emozione.

E nel rivendicarlo non possiamo che ringraziare chi questo percorso lo ha fatto con noi, sporcandosi le mani.

Dicevamo, il festival è morto. Da qui CHEAP riparte col desiderio si essere più fluida, più situazionista, senza darvi appuntamento, prendendosi tutto il tempo che serve, scegliendo di non darsi per scontata, uscendo dalla propria confort zone.

Cercando, soprattutto, di mantenere una distanza di sicurezza tra sé e l’imbruttimento del decoro, la retorica della riqualificazione e le spinte incarnate di questa normalizzazione.

Troppa gente tende l’orecchio al rumore di zoccoli, prefigurandosi l’arrivo di cavalli. Finiremo col non essere in grado di immaginare altro che cavalli. E le zebre? Chi si immagina le zebre? Ecco, votarci all’improbabile ci sembra il gesto più sensato da fare – da oggi, CHEAP si occupa di zebre.